Mi sorge spesso la domanda, come sacerdote, circa quale tipo di rapporto ci debba essere con la propria comunità. Sicuramente un rapporto di servizio a partire dal mandato che il vescovo conferisce, poi un rapporto di corresponsabilità specialmente con i fedeli che collaborano più attivamente, infine un rapporto di condivisione del comune cammino che come cristiani compiamo sulla terra verso il regno dei cieli e verso Dio.

Se tutto questo è vero la domanda, confrontando questo dato con la concretezza fattuale delle nostre comunità, sorge immediata e diretta… Come mai allora per un Sacerdote molte volte la comunità è fonte di preoccupazioni, nervoso, problemi, tensioni, protagonismi, etc…?

Penso che questo possa trovare risposta nella constatazione di un umano ferito che sempre più ampiamente popola le nostre comunità. Quell’umano ferito che veste i panni della meschinità e del pettegolezzo, della falsità e dell’egocentrismo e che porta a concretizzare tutto questo nelle tensioni prima descritte.

Forse allora siamo chiamati, prima di occuparci dell’uomo-credente, a soffermarci sull’uomo-vivente, sull’uomo-umano, sulla costruzione di una umanità riconciliata e pienamente consapevole della propria grandezza autentica nei confronti del Creatore, frutto del dono ricevuto con l’adozione a Figli. Forse, ipotizzo, partendo da quì potremo gettare le basi di una autentica sequela Christi alla ricerca del volto di Dio e del suo concretizzarsi nella storia verso la realizzazione del Regno.

Altrimenti, come colui che costruisce la propria abitazione sulla sabbia, costruiremo la vita cristiana su basi così fragili e volubili da far sprofondare l’umano nel baratro dell’auto-affermazione e nella ricerca di false e provvisorie sicurezze in rituali che assumono il valore dell’esoterico e in pretese posizioni di privilegio e dominio, a compensazione della fragile sensazione di inutilità e pochezza che interiormente si percepisce e coltiva.

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